Women On Boards, cosa prevede la direttiva UE per l’equilibrio di genere nelle aziende

Women on Boards” questo è il nome del disegno di legge approvato dal Parlamento europeo per aumentare la presenza delle donne nei consigli d’amministrazione.

Una decisione necessaria per favorire il dinamismo della società europea e la parità di genere. Non deve sfuggire un particolare: per arrivare al varo di questa normativa ci sono voluti dieci anni: per tutto questo tempo la normativa è rimasta bloccata in Consiglio. Finalmente il 7 giugno 2022 la Presidenza francese del Consiglio UE, prima di passare il testimone alla Presidenza ceca che resterà in carica fino a dicembre 2022 come prevede la rotazione semestrale, ha finalmente raggiunto con il Parlamento europeo un accordo definitivo per trasformare in legge la direttiva per l’equilibrio di genere nelle aziende quotate in borsa.

Che cosa prevede la direttiva Women on Boards?

Tra i relatori della proposta figurano Evelyn Regner attuale Vice Presidente del Parlamento europeo ed ex Presidente della Commissione permanente per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere e Lara Wolter membro dell’Intergruppo del Parlamento europeo sulla lotta alla corruzione. Women on Boards mira a introdurre procedure di assunzione trasparenti nelle aziende in modo che almeno il 40% degli incarichi di amministratore non esecutivo o il 33% di tutti gli incarichi di amministratore siano occupati dal “genere sottorappresentato”.

Le imprese dovranno rispettare tale obiettivo entro il 30 giugno 2026, un anticipo consistente rispetto alla precedente proposta del Consiglio che prevedeva come data termine il 31 dicembre 2027. La direttiva Women on Boards specifica che nei casi in cui i candidati siano ugualmente qualificati per una posizione la priorità dovrà andare al candidato appartenente al genere meno presente.

La normativa inoltre prevede l’introduzione di un obbligo di trasparenza: le società quotate saranno tenute a fornire informazioni sulla rappresentanza di genere nei loro consigli una volta all’anno e, se gli obiettivi non sono stati raggiunti, il modo in cui intendono raggiungerli. Queste informazioni dovranno essere pubblicate sul sito web della società in modo facilmente accessibile. Sono escluse dal campo di applicazione della direttiva le piccole e medie imprese con meno di 250 dipendenti.

Women on boards - Parità di genere

Ma in Europa e in Italia a che punto siamo con la parità di genere?

Per avere una fotografia oggettiva dell’equilibrio di genere in Europa e in Italia conviene dare uno sguardo ai numeri. Il Parlamento europeo è composto per il 39,3% da donne, nei Paesi UE le donne ministre rappresentano il 30%, mentre le donne Capo di Stato sono il 14,3%. Percentuali che mostrano a livello europeo dei passi avanti verso la parità di genere ma che fanno luce su una realtà ancora sbilanciata e poco equa a livello di parità di rappresentazione di genere negli incarichi istituzionali.

E in Italia? Nel Belpaese la situazione è al di sotto della media europea, il nostro Paese è al quattordicesimo posto tra i Paesi UE nella classifica elaborata sulla base del Gender Equality Index, lo strumento sviluppato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) utilizzato per misurare il livello di parità di genere all’interno dei Paesi UE.

Da notare il passo in avanti che aveva compiuto dal Governo Draghi, l’esecutivo italiano con la percentuale più alta di donne con incarichi istituzionali: il 42,4%. Un risultato importante rispetto al Governo precedente, il Conte-bis, che deteneva una percentuale di rappresentanza femminile del 33,3%. Solo una volta, nei 67 Governi che si sono succeduti nella storia repubblicana, l’Italia ha avuto un esecutivo con un numero pari di ministri uomini e donne: il Governo Renzi, entrato in carica a febbraio 2014, ma soltanto per i primi otto mesi e se contiamo i sottosegretari il dato percentuale scende e si attesta al 27,5%.

Se guardiamo più in profondità, scopriamo che in Italia il ritardo accumulato nel mettere in gioco reali politiche di parità di genere è riconducibile a una situazione endemica di “ostracismo” verso le componenti femminili della macchina amministrativa. Risulta chiaro guardando ai risultati delle elezioni amministrative del giugno 2022, dove sono state elette solo 3 donne alla carica di sindaco su 26 capoluoghi chiamati al voto. In totale le donne prime cittadine nei 108 capoluoghi di provincia italiani sono appena sette. E dopo che Torino e Roma hanno visto rispettivamente Chiara Appendino e Virginia Raggi lasciare il posto a Stefano Lo Russo e Roberto Gualtieri l’unica grande città italiana amministrata da una donna è, oggi, Ancona. Il capoluogo delle Marche è infatti amministrato da Valeria Mancinelli.

Non cambia la situazione se ruotiamo la fotocamera e inquadriamo la situazione al mondo delle attività produttive, del business, delle società quotate italiane. Infatti la percentuale di donne CEO (chief executive officer ossia amministratore delegato) in Italia, secondo il report di EWOB (European Women on Boards) l’associazione europea per l’uguaglianza senza scopo di lucro con sede a Bruxelles, è scesa nel 2022 al 3% (nel 2021 era al 4%) il che posiziona l’Italia in fondo alla classifica assieme a Germania (3%) e Svizzera (2%) e dietro a Spagna (4%) e Portogallo (6%), contro il 26% della Norvegia, il 18% della Repubblica Ceca e il 14% della Polonia.

Svezia e Danimarca sono ancora una volta le migliori nell’Indice del 2021 seguite dall’Olanda che ha scavalcato Finlandia e Francia conquistando il terzo posto.  La Slovenia è stato l’unico paese che è andato indietro rispetto ai risultati del 2020. Ci sono grandi variazioni nei punteggi di uguaglianza di genere tra i Paesi. Si va da 83,9 punti in Svezia a 52,6 punti in Grecia. L’Italia ottiene 63,8. La media europea è 68.

A livello europeo i dati mostrano come il Vecchio Continente sia ancora nettamente sbilanciato per parità di genere, malgrado le posizioni apicali principali dell’Unione siano state affidate alla competenza femminile come nel caso della presidente della BCE Christine Lagarde, della presidente del Parlamento UE Roberta Metsola e della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen,: su 668 aziende analizzate solo il 7% è guidata da un amministratore delegato donna. Un dato in netto contrasto con la percentuale europea di laureati, che vede le donne in numero ampiamente superiore agli uomini: il 47% nell’età compresa tra i 25 e i 34 anni rispetto al 36% degli uomini della stessa età secondo il report Eurostat.

In Etica Sgr il valore è sempre condiviso ed equo

L’impegno concreto verso il superamento delle diseguaglianze e delle ingiustizie è alla base dei valori di Etica Sgr. Verso l’esterno, con investimenti indirizzati esclusivamente a realtà che lavorano per generare impatti sociali e ambientali positivi, e verso l’interno ponendo grandissima attenzione alla valorizzazione delle persone che ogni giorno contribuiscono a portare avanti la missione del Gruppo e grazie alle quali il gruppo è diventato il primo, a livello europeo, ad ottenere la Certificazione del proprio sistema di gestione delle risorse umane secondo il nuovo standard internazionale ISO 30415:2021 “Diversity & Inclusion”. Un’attestazione, riconosciuta a livello internazionale, che certifica la presenza di processi aziendali che valorizzano la diversità e l’inclusività all’interno del luogo di lavoro. Un traguardo importante per tutto il Gruppo Banca Etica, da sempre attento alla parità di genere e a promuovere le opportunità per donne e uomini nel rispetto dei principi di equità e dei diritti dei lavoratori.

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