L’8 giugno le Nazioni Unite celebrano la Giornata Mondiale degli Oceani 2026: il tema scelto per il 2026 è “Reimagine”, che possiamo tradurre come “ripensare”. Ripensare cosa? Il rapporto tra noi e il mare. Per anni, infatti, la parola d’ordine è stata “proteggere” gli oceani: dall’inquinamento, dalla pesca intensiva, dal consumo di suolo lungo i litorali. Oggi, però, la protezione da sola non è più sufficiente. È qui che entra in gioco la rigenerazione: ripristinare le foreste di mangrovie — gli arbusti costieri che formano una barriera naturale e proteggono le coste dall’erosione — salvaguardare le barriere coralline e riportare biodiversità là dove si è persa.
L’oceano produce metà dell’ossigeno che respiriamo, assorbe un terzo della CO₂ che immettiamo in atmosfera e sfama tre miliardi di persone. In cambio, riceve plastica, temperature in aumento e sostanze inquinanti. E quando uno dei suoi meccanismi comincia a incepparsi — come la corrente atlantica, che da qualche mese gli scienziati osservano rallentare — ci accorgiamo di dipendere dal mare anche per aspetti che credevamo lontani da lui: il clima, l’agricoltura, persino il prezzo del pane.

Giornata Mondiale degli Oceani 2026: in breve
| Quando si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani? | L’8 giugno di ogni anno. Proposta nel 1992 al Summit della Terra di Rio, è stata riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite nel 2008. |
| Qual è il tema 2026? | “Reimagine”: ripensare il rapporto con il mare, passando dalla protezione alla rigenerazione attiva degli ecosistemi marini. |
| Quanta CO₂ assorbe l’oceano? | Circa il 30% di quella prodotta dalle attività umane. Senza l’oceano, il riscaldamento globale sarebbe già oggi molto più grave. |
| Quanto ossigeno produce? | Più di tutte le foreste del mondo messe insieme. E’ generato da alghe e fitoplancton (la forma di vita vegetale più importante per gli ecosistemi acquatici). |
| Quante persone dipendono dal mare per nutrirsi? | Oltre 3 miliardi, soprattutto in Asia e in Africa, secondo i dati della FAO. |
Cosa fa l’oceano per noi (e cosa gli stiamo facendo)
Per capire perché il tema di quest’anno ha carattere d’urgenza, basta un dato: secondo il World Economic Forum, oltre il 50% del Pil globale dipende dai servizi ecosistemici, ovvero il complesso di flora, fauna, materie prime e processi che la natura fornisce “gratuitamente”. Stiamo però consumando questi servizi più velocemente di quanto il pianeta riesca a rigenerarli, il Living Planet Report 2024 del WWF stima che le popolazioni di vertebrati marini monitorate siano calate in media del 56% negli ultimi cinquant’anni, mentre i dati FAO indicano che oltre un terzo degli stock ittici globali è oggi sfruttato oltre i livelli sostenibili. E nel Mediterraneo si supera il 60%. A questo si aggiunge il problema dell’inquinamento da plastica. Secondo l’UNEP, ogni anno milioni di tonnellate di plastica finiscono negli ecosistemi acquatici: è come se circa 2.000 camion della spazzatura al giorno venissero riversati in oceani, fiumi e laghi. Nel tempo, questa plastica si frammenta in microplastiche che entrano nella catena alimentare e possono arrivare anche all’uomo.
Il 2026 è l’anno in cui l’oceano entra nelle leggi
Per anni la regolazione dello sfruttamento delle acque internazionali, che rappresentano quasi due terzi della superficie marina globale, è stata soggetta a una normativa opaca, ma adesso la cornice normativa internazionale si è finalmente messa in moto.
Il 17 gennaio 2026 è infatti entrato in vigore il Trattato BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), il primo accordo internazionale vincolante per proteggere la vita marina in alto mare. Cosa significa in pratica? Che chi vuole condurre attività commerciali in queste acque – pesca su larga scala, attività estrattive, ma anche ricerca scientifica – deve presentare valutazioni di impatto ambientale obbligatorie e condividere i benefici economici delle scoperte.
Anche in Europa la trasformazione sta dando risultati concreti. A giugno 2025 la Commissione ha adottato l’European Ocean Pact, una strategia che mette d’accordo i Paesi membri su come gestire mari e coste in modo coordinato. Ad aprile 2026, inoltre, è stata aperta la consultazione pubblica sull’European Ocean Act, la prima vera legge quadro europea sugli oceani, che renderà vincolanti molti obiettivi finora solo dichiarati.
Blue economy, quando il mare diventa lavoro e investimento
Tutto questo movimento legislativo non è disinteressato, è la presa d’atto che il mare non è solo un ecosistema, ma anche un’economia, la blue economy per l’appunto, che rappresenta l’insieme di tutte le attività dentro e attorno al mare (dal turismo alla pesca, dai trasporti marittimi all’eolico offshore) e vale per la sola Unione Europea circa 890 miliardi di euro di fatturato all’anno, un numero destinato a crescere. Una novità importante, infatti, è il modo in cui questi numeri verranno calcolati: il Blue Economy Report 2025 della Commissione Europea ha proposto un aggiornamento della metodologia, per includere non più solo i profitti diretti ma anche il valore delle soluzioni naturali. Un esempio concreto: una costa con dune intatte e barriere coralline sane va considerata come un’infrastruttura di protezione contro le mareggiate. Costruirla con il cemento? Costerebbe miliardi, necessita di manutenzione e non è efficiente come le barriere coralline. Uno studio scientifico globale pubblicato su Nature Communications ha dimostrato che questi ecosistemi sommersi fungono da scudo primario contro l’erosione costiera e gli eventi meteo estremi, proteggendo oltre 200 milioni di persone in tutto il mondo.
La blue economy non riguarda però solo infrastrutture naturali, pesca, turismo o trasporti. Un altro ambito in forte evoluzione è quello dei materiali alternativi alla plastica tradizionale: bio-plastiche derivate da alghe, polimeri da fonti rinnovabili e packaging compostabile sono oggi al centro dell’interesse di startup, investitori e programmi europei. Secondo European Bioplastics, l’associazione europea di settore riconosciuta come interlocutore istituzionale dalla Commissione UE, l’Unione Europea ha già destinato oltre 5,7 miliardi di euro a progetti di ricerca su materiali biobased e bioplastiche attraverso Horizon 2020, Horizon Europe e le relative partnership.

AMOC, il “nastro trasportatore” atlantico che ci tiene al caldo
Torniamo per un attimo alla corrente di cui parlavamo in apertura. La sigla AMOC sta per Atlantic Meridional Overturning Circulation, in italiano circolazione meridionale atlantica. È il sistema di correnti oceaniche che porta acqua calda verso il Nord Atlantico e acqua fredda verso sud, una specie di gigantesco nastro trasportatore termico: è uno dei motivi per i quali Londra, alla stessa latitudine di Mosca, ha inverni miti.
Studi recenti pubblicati su riviste scientifiche come Journal of Geophysical Research: Oceans e Science Advances, e raccolti nel Global Tipping Points Report 2025 del Potsdam Institute, segnalano che questa corrente si è indebolita e potrebbe avvicinarsi a un tipping point, cioè alla soglia oltre la quale un sistema cambia stato e non torna più indietro. Sulle conseguenze c’è ampio accordo: piogge anomale in Europa, temperature fuori dalle medie stagionali, innalzamento del livello del mare sulla costa orientale degli Stati Uniti.
L’AMOC è anche la fotografia perfetta di quello che si chiama rischio fisico legato al clima. È possibile spiegarlo così: per anni un fenomeno (l’alterazione delle correnti oceaniche) resta invisibile e poi, una volta superata la soglia critica, impatta all’improvviso sui costi delle assicurazioni, sul valore degli immobili nelle zone costiere, sui prezzi delle materie prime agricole. È il caso del grano: piogge anomale in Europa significano raccolti più poveri che impattano sul prezzo del pane sullo scaffale del supermercato.
L’impegno di Etica Sgr per gli oceani
Anche il mondo della finanza può contribuire alla tutela degli oceani. Etica Sgr lo fa attraverso un approccio che integra selezione degli investimenti e attività di stewardship.
Un elemento centrale dell’impegno di Etica Sgr a difesa della biodiversità marina sono i criteri di selezione degli investimenti dei suoi fondi: per gli Stati, l’analisi prende in considerazione indicatori legati alla tutela della biodiversità, come la quota di aree marine e terrestri protette, la presenza di specie ittiche, animali e vegetali minacciate. Per le imprese, invece, i criteri prevedono l’esclusione di società coinvolte in impatti negativi sulla biodiversità, nello sfruttamento di ecosistemi sensibili o nell’inquinamento delle acque. Vengono inoltre valutati aspetti come la gestione della biodiversità, la prevenzione dell’inquinamento marino da microplastiche e le misure adottate per assicurare pesca o acquacoltura sostenibili lungo la catena del valore.
Un altro ambito fondamentale è l’attività di stewardship, che consente a Etica Sgr di intervenire su alcuni dei temi più urgenti per la salute degli ecosistemi marini: dalla difesa della biodiversità al contrasto dell’inquinamento da plastica, fino alla richiesta di fermare l’estrazione mineraria dai fondali oceanici.
Nel 2023 Etica Sgr ha sottoscritto il Global Financial Institutions Statement to Governments on Deep Seabed Mining, insieme ad altre istituzioni finanziarie internazionali, chiedendo ai governi di non procedere con l’estrazione in acque profonde finché i rischi ambientali, sociali ed economici non saranno pienamente compresi. A questo si aggiunge la firma del Finance Statement on Plastic Pollution, con cui Etica Sgr ha chiesto un trattato internazionale ambizioso e vincolante per contrastare l’inquinamento da plastica lungo tutto il suo ciclo di vita. Il tema è oggi al centro anche del confronto internazionale: le Nazioni Unite stanno negoziando da anni un trattato globale sulla plastica che, una volta in vigore, potrebbe introdurre obiettivi vincolanti per produttori e governi.
In questa prospettiva si inseriscono le parole di Aldo Bonati, Stewardship and ESG networks manager di Etica Sgr,
”Etica ritiene che vadano ricercate soluzioni che comportano un minor utilizzo delle risorse, lavorando per ridurre i consumi e aumentare l’efficienza dell’utilizzo delle materie a disposizione, in ottica di un’economia circolare.”


