Il tema del superamento della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale è sempre più centrale nel dibattito climatico. Il rapporto Limiting Overshoot del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato nel settembre 2026, concentra infatti l’attenzione non soltanto sulla possibilità di oltrepassare temporaneamente questo livello di riscaldamento, ma su due variabili decisive: quanto salirà la temperatura e per quanto tempo resterà sopra la soglia.
È questo il significato di overshoot: un superamento temporaneo di 1,5 °C seguito, in uno scenario compatibile con gli obiettivi climatici di lungo periodo, da una successiva riduzione della temperatura.
Il punto centrale è che superare 1,5 °C non rende tutti gli scenari futuri equivalenti. Un picco più contenuto e una permanenza più breve sopra la soglia possono ridurre sensibilmente i rischi per gli ecosistemi, le persone e le economie.
Perché 1,5 °C continua a essere una soglia importante
La soglia di 1,5 °C è uno dei riferimenti centrali dell’Accordo di Parigi e indica l’aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale (1850-1900): l’Accordo impegna i Paesi a contenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2 °C e a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Non rappresenta però un confine netto tra una situazione “sicura” e una “pericolosa”. I rischi climatici aumentano progressivamente con il riscaldamento e, in alcuni casi, possono crescere in modo non lineare.
Con temperature più elevate aumentano, per esempio, la frequenza e l’intensità di alcuni eventi estremi, la pressione sugli ecosistemi, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare. Cresce inoltre la possibilità di raggiungere alcuni tipping points, o punti critici, oltre i quali determinati processi possono diventare molto difficili da invertire.
Tra i fenomeni osservati con particolare attenzione dalla comunità scientifica ci sono lo scioglimento delle grandi calotte glaciali, il degrado delle barriere coralline e il disgelo del permafrost, il terreno permanentemente ghiacciato presente soprattutto nelle regioni artiche. Il suo scioglimento, oltre a modificare gli ecosistemi locali, può liberare nell’atmosfera anidride carbonica e metano accumulati nel terreno, contribuendo ulteriormente al riscaldamento.
Il 2024 è stato il primo anno solare in cui la temperatura media globale ha superato di oltre 1,5 °C i livelli preindustriali. Questo non significa, tuttavia, che la soglia dell’Accordo di Parigi sia stata definitivamente oltrepassata: il clima viene infatti valutato attraverso medie di lungo periodo e non sulla base di un singolo anno.
Il dato del 2024 rappresenta quindi soprattutto un segnale di quanto il margine si sia ridotto. Un segnale confermato dai dati più recenti: secondo il servizio europeo Copernicus, il triennio 2023-2025 è stato il primo in cui la temperatura media globale ha superato nel complesso 1,5 °C, mentre il riscaldamento di lungo periodo è stimato intorno a 1,4 °C. Per l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), inoltre, c’è una probabilità del 75% che anche la media del quinquennio 2026-2030 superi la soglia.

Che cosa significa entrare in overshoot
L’overshoot non è un singolo momento, ma un percorso. La temperatura supera la soglia di 1,5 °C, raggiunge un picco e, in uno scenario di riduzione delle emissioni sufficientemente rapido, torna successivamente a diminuire. Sono quindi soprattutto due elementi a fare la differenza: l’altezza del picco e la durata del superamento.
L’immagine può essere paragonata a quella di un’alluvione: non conta soltanto che l’acqua superi un determinato livello, ma anche quanto salga e quanto tempo impieghi a ritirarsi. Allo stesso modo, più elevata sarà la temperatura raggiunta e più lungo sarà il periodo trascorso oltre 1,5 °C, maggiori saranno i rischi e le conseguenze.
Secondo il rapporto UNEP, anche negli scenari più favorevoli – quelli in cui tutti i Paesi attuano per intero i propri impegni climatici – il riscaldamento potrebbe raggiungere un picco intorno a 1,8 °C. Altri percorsi portano oltre i 2 °C. La differenza tra questi valori può sembrare contenuta, ma dal punto di vista climatico è significativa. Ogni frazione di grado evitata conta, perché può contribuire a ridurre l’intensità degli impatti e il rischio di cambiamenti difficilmente reversibili. Inoltre, più alto sarà il picco, maggiore sarà lo sforzo necessario per riportare successivamente la temperatura verso 1,5 °C.
Cibo, acqua e coste: gli effetti di un riscaldamento maggiore
Le conseguenze di un overshoot più elevato non riguardano soltanto gli indicatori climatici, ma sistemi fondamentali per la vita e per l’economia. Uno dei primi è la produzione alimentare. Temperature più alte, siccità prolungate e precipitazioni estreme possono ridurre la produttività agricola e rendere più instabili i raccolti. Senza un adattamento efficace, il rapporto UNEP segnala un possibile calo della produzione alimentare globale fino al 14% entro il 2050.
Un secondo elemento riguarda l’acqua. I ghiacciai funzionano come grandi riserve naturali: accumulano neve e ghiaccio nei periodi più freddi e rilasciano acqua nei mesi più caldi, contribuendo ad alimentare fiumi e bacini. La loro progressiva riduzione può quindi influire sulla disponibilità di acqua per le popolazioni, l’agricoltura e alcune attività produttive, soprattutto nei territori che dipendono maggiormente dallo scioglimento stagionale.
Un terzo effetto riguarda le coste. L’aumento delle temperature provoca sia lo scioglimento del ghiaccio terrestre sia l’espansione termica degli oceani: quando l’acqua si scalda, aumenta di volume. L’innalzamento del livello del mare è inoltre uno dei fenomeni caratterizzati da maggiore inerzia. Anche se la temperatura dovesse successivamente stabilizzarsi o diminuire, alcuni effetti possono proseguire per molto tempo. È questo uno dei motivi per cui limitare l’overshoot non significa soltanto tornare in futuro sotto una determinata soglia, ma soprattutto ridurre i danni che possono accumularsi nel frattempo.

Il metano e la necessità di ridurre rapidamente le emissioni
Se l’obiettivo è limitare il picco della temperatura, la velocità con cui vengono ridotte le emissioni diventa determinante. Nel breve periodo, uno degli ambiti su cui è possibile intervenire riguarda il metano, un gas serra che rimane nell’atmosfera per un tempo inferiore rispetto all’anidride carbonica, ma che esercita un forte effetto sul riscaldamento: a parità di quantità, nell’arco di vent’anni trattiene oltre 80 volte più calore della CO₂, come ricorda l’UNEP nel rapporto Eye on Methane 2025.
Una parte delle sue emissioni può essere evitata intervenendo, per esempio, sulle perdite nelle infrastrutture energetiche, sulle discariche e su altre fonti legate alle attività umane.
Ridurre rapidamente queste emissioni può contribuire a contenere il riscaldamento nel breve periodo. Resta però fondamentale intervenire sulla CO₂. A differenza del metano, l’anidride carbonica può permanere nel sistema climatico molto più a lungo e tende ad accumularsi.
Per questo una riduzione strutturale delle emissioni di CO₂ rimane indispensabile per stabilizzare la temperatura nel lungo periodo. In questo scenario assumono un ruolo centrale anche la diffusione delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione dei consumi, che Etica Sgr considera uno dei grandi temi di investimento dei prossimi anni.
Perché non basta arrivare allo zero netto
Raggiungere lo zero netto significa portare in equilibrio la quantità di gas serra emessa e quella rimossa dall’atmosfera. Ma se al momento del raggiungimento dello zero netto la temperatura avrà già superato 1,5 °C, stabilizzare le emissioni non sarà sufficiente a riportarla immediatamente indietro. Per ridurre progressivamente la temperatura sarà necessario, nel tempo, arrivare a emissioni nette negative: rimuovere dall’atmosfera più anidride carbonica di quanta ne venga emessa.
Una parte di questo lavoro può essere svolta dagli ecosistemi naturali. Foreste e suoli assorbono infatti CO₂, ma la capacità di immagazzinamento non è illimitata e può essere compromessa, per esempio, da incendi, siccità e degrado degli ecosistemi.
Esistono, inoltre, tecnologie che puntano a catturare direttamente la CO₂ dall’atmosfera e a stoccarla. Si tratta però di soluzioni ancora caratterizzate da costi elevati, esigenze energetiche e livelli di sviluppo differenti. Secondo l’UNEP, le soluzioni tecnologiche possono arrivare a costare fino a 600 dollari per tonnellata di CO₂ rimossa e, nel complesso, la rimozione di carbonio potrebbe riportare indietro la temperatura solo di qualche decimo di grado in questo secolo.
Per questo le tecnologie di rimozione possono avere un ruolo importante, ma non possono sostituire una riduzione rapida e profonda delle emissioni.
Adattarsi a un clima che sta già cambiando
Accanto alla mitigazione, cioè alla riduzione delle cause del cambiamento climatico, cresce anche l’importanza dell’adattamento.
Difendere città e infrastrutture dagli eventi climatici estremi, rendere i sistemi idrici più efficienti, proteggere le aree costiere e adattare le produzioni agricole a condizioni climatiche differenti significa ridurre l’esposizione ai danni che non è più possibile evitare completamente. Mitigazione e adattamento devono quindi procedere insieme.
Più efficace sarà la riduzione delle emissioni, minori saranno gli impatti ai quali sarà necessario adattarsi. Ma anche nello scenario di una rapida decarbonizzazione una parte dei cambiamenti climatici è già in corso e richiederà investimenti per aumentare la resilienza di territori, infrastrutture e attività produttive.
Quando il cambiamento climatico diventa un rischio per le imprese
Gli effetti del cambiamento climatico non restano confinati alla dimensione ambientale.
Un’alluvione può danneggiare stabilimenti e infrastrutture. Una siccità può ridurre la disponibilità di acqua necessaria a processi industriali e agricoli. Le temperature estreme possono influire sulla produttività e aumentare il fabbisogno energetico. Eventi meteorologici più intensi possono interrompere le catene di fornitura.
Sono i cosiddetti rischi fisici del cambiamento climatico. A questi si aggiungono i rischi di transizione, legati ai cambiamenti tecnologici, normativi e di mercato necessari per passare a un’economia a minore intensità di carbonio. Per un’impresa, entrambi possono tradursi in costi, investimenti aggiuntivi, variazioni della domanda e possibili effetti sul valore degli asset. Di conseguenza, possono diventare rilevanti anche per gli investitori.
La transizione climatica nelle strategie di investimento
Un riferimento importante in questo ambito per monitorare i rischi fisici e di transizione è la Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), nata per favorire una maggiore trasparenza e comparabilità delle informazioni sui rischi e sulle opportunità finanziarie legate al cambiamento climatico. Il suo approccio aiuta a tradurre fenomeni ambientali complessi in elementi rilevanti anche dal punto di vista finanziario, considerando non soltanto le emissioni, ma anche l’esposizione a tali rischi e il comportamento degli investimenti nei diversi scenari climatici.
Etica Sgr utilizza metriche allineate alle linee guida TCFD per monitorare semestralmente la performance climatica del fondo Etica Transizione Climatica, il fondo della linea Futuri Responsabili di Etica Sgr dedicato al tema della transizione verso un’economia a basso impatto di carbonio.
L’analisi degli scenari del report mette in evidenza come il fondo privilegi aziende impegnate nella trasformazione dei propri modelli di business e nello sviluppo di soluzioni che possono contribuire alla transizione. Inoltre, al 30 giugno, i green bond rappresentano il 41% del patrimonio complessivo del Fondo, con 154 categorie di progetti finanziati e una significativa diversificazione degli investimenti tra differenti tematiche ambientali, pur mantenendo un chiaro focus sulle attività di mitigazione del cambiamento climatico.
La transizione climatica, infatti, non riguarda un unico settore. Coinvolge energia, industria, trasporti, edifici e infrastrutture e richiede una trasformazione più ampia dei modelli produttivi e dell’utilizzo delle risorse. In uno scenario in cui contenere l’entità e la durata dell’overshoot assume crescente rilevanza, valutare la capacità delle imprese di affrontare la transizione diventa quindi un elemento importante anche nelle decisioni di investimento.
Questa è una comunicazione di marketing. I dati e le informazioni contenute nella presente comunicazione sono forniti esclusivamente a scopo informativo e non costituiscono raccomandazioni di investimento. La presente comunicazione non è e non può essere considerata come documento informativo necessario ai sensi della normativa vigente e il suo contenuto non è sufficiente a fondare una decisione di investimento. La presente comunicazione non tiene in alcun modo in considerazione le caratteristiche di qualsiasi soggetto che dovesse venirne a conoscenza, in particolare, non tiene conto di obiettivi di investimento, conoscenza ed esperienza in materia di investimenti, propensione al rischio e/o qualsiasi altra caratteristica, ivi incluso il regime fiscale applicabile. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri e l’investimento in fondi è soggetto ai rischi relativi ai sottostanti che influenzano l’andamento del valore delle relative partecipazioni. Etica SGR non offre alcuna garanzia di rendimento e non assicura il rimborso del capitale investito. La SGR declina qualsiasi responsabilità per eventuali perdite che potrebbero derivare dall’utilizzo delle informazioni fornite nella presente comunicazione. Al fine di adottare una scelta di investimento consapevole, prima di prendere una decisione finale di investimento, è necessario consultare il documento contenente le informazioni chiave per gli investitori (KID) e il Prospetto informativo dei fondi sul sito www.eticasgr.com.


