Economia civile, sostenibilità, Melchiorre Gioia: Etica Sgr intervista il prof. Luigino Bruni

Economia civile, sostenibilità, Melchiorre Gioia: questi i temi dell’intervista condotta da Etica Sgr al prof. Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, con interessi che spaziano dalla filosofia alla teologia. Editorialista di Avvenire e ordinario di economia politica all’università LUMSA, ha scritto decine di libri su sostenibilità, economia civile, felicità legata all’economia. Ultimo, per ora, “Economia civile e sviluppo sostenibile”, scritto con Leonardo Becchetti (Presidente del Comitato Etico di Etica Sgr) e Stefano Zamagni nel 2019.

Con Giuseppe Leozappa e Davide Fracasso dell’Area Marketing e Comunicazione di Etica Sgr, Luigino Bruni ha parlato di economia e sostenibilità ai tempi della pandemia, di felicità, di bene comune e di modelli economici diversi.

Prof. Luigino Bruni, questa pandemia sta spingendo verso una maggiore sostenibilità?

Sì, credo si stia andando verso una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità ambientale. Penso che questo dipenda più dal lato della domanda che dal lato dell’offerta.

Le imprese, cioè, si stanno dirigendo verso una maggiore sostenibilità perché stanno cambiando le pratiche delle persone e non per una conversione da parte dei manager o degli azionisti. La gente sta capendo che un certo tipo di capitalismo non funziona più, non è sostenibile. Vedono gli effetti nel quotidiano nei cambiamenti climatici, nel riscaldamento del Pianeta. Basti pensare a Papa Francesco, il suo messaggio in materia ambientale oggi viene ascoltato perché il mondo è cambiato. Trent’anni fa avrebbe avuto meno successo, come tutto il movimento di Greta.

Sta cambiando la sensibilità ambientale però, c’è da dire, non altrettanto la sensibilità sociale.

Parlando del Papa, può commentare un evento che ha visto anche la partecipazione di Etica Sgr nel corso del 2020: Economy of Francesco?

Economy of Francesco non è solo un evento, è un grande movimento che continua ancora oggi, con una portata superiore a quanto potessimo immaginare. Il Papa lo ha lanciato nella primavera del 2019 con l’intuizione di coinvolgere giovani economisti e imprenditori, dei 12 ai 35 anni. Ha proprio detto chiaramente: “non voglio vedere nemmeno un adulto, gli economisti famosi sono talmente convinti delle loro idee che dialogare con loro è troppo difficile. Mentre i giovani sono aperti al nuovo”. Alla lettera del Papa hanno risposto più di 3.200 giovani e si sono realizzati circa 500 eventi in tutto il mondo.

Tutto questo senza poter contare su un movimento strutturato, con grandi risorse, eppure il successo è stato incredibile.

La pandemia porterà a un cambiamento nell’economia e nella finanza?

Sarebbe bello, ma ho dei dubbi perché secondo me la gente non percepisce questa crisi sanitaria come una crisi legata a uno squilibrio del capitalismo. Certo, se ne vedono le conseguenze economiche – il PIL cala, le imprese chiudono – ma il legame con il modello economico capitalistico non è per niente immediato. Anche perché nel dibattuto pubblico nessuno dice che dietro questo squilibrio che si è manifestato come forma di virus c’è un problema di ripensamento dei rapporti economici e del capitalismo.

Intellettuali, scrittori, giornalisti dovrebbero far capire all’opinione pubblica che questo mito del mercato che risolve tutto non ha funzionato. Lo abbiamo visto: il mercato ha fatto una grande fatica a gestire la situazione pandemica. E i Paesi più capitalistici sono quelli che hanno sofferto di più: USA, UK, in Italia, Milano.

Antonio Genovesi, tra i fondatori della moderna scienza economica e tra i padri dell’economia civile, definiva l’economia “la scienza della felicità pubblica”. Che cosa significa?

Nel settecento illuminista l’economia politica rinasce e la riflessione economica raggiunge una certa massa critica. Si sviluppano diverse scuole di pensiero in Europa che prendono forma dalla cultura dominante in quelle nazioni.

Il modello anglosassone, di stampo protestante, calvinista, punta sull’individuo e sulla sua ricchezza e libertà. Nasce la scuola di economia politica di Adam Smith, il cui più grande scopo è l’aumento della ricchezza. Baluardo ne è “The Wealth of Nations” (“La ricchezza delle Nazioni” in italiano) scritto nel 1776 da Smith.

A Napoli e in Italia prevale un modello latino, di stampo cattolico, che punta ad avere un approccio più comunitario, basato sulla tradizione del bene comune inteso come bene collettivo e non del singolo: si chiamerà economia civile. La tradizione cattolica prevede che non si possa essere felici se si è circondati da infelici. Gli economisti italiani quindi non sono interessati alla ricchezza delle nazioni, ma cercano la felicità collettiva, che è un bene pubblico.

Dietro l’idea anglosassone c’è una premessa ideologica: è facile raggiungere la felicità e il benessere attraverso la ricchezza. La scuola dell’economia civile è molto più attenta alla diseguaglianza: ritiene che un Paese può collettivamente essere più ricco ma questo non vuol dire in automatico anche più felice. In Italia si punta a una crescita armoniosa di tutti.

Tornando all’oggi, la Pandemia ha smentito l’idea che la sanità e la salute siano problemi individuali. La salute è un bene comune perché se io mi vaccino e sto attento e tu no il tuo “non essere attento” diventa un male per me e per gli altri. L’approccio individualistico nell’economia, nella sanità e nella finanza ha mostrato i suoi piedi d’argilla.

All’interno dell’economia civile ha un posto anche la finanza?

Sì, la finanza ha sempre avuto molta importanza nel lavoro teorico sull’economia civile. Il denaro è al centro delle grandi questioni di un Paese: il risparmio e il credito sono diritti fondamentali dell’uomo.

Se sono gestiti male, si tocca il cuore del patto sociale. La moneta è il primo bene comune di una città. Non ci si può occupare di economia civile se non ci si occupa di finanza.

Quando si sbaglia il rapporto col debito e con il denaro, si sbaglia il rapporto con la democrazia.

Sta lavorando a un libro su Melchiorre Gioia, che Etica Sgr ha deciso di sostenere. Perché scrivere oggi un libro su Melchiorre Gioia?

Perché i temi toccati da Melchiorre Gioia oltre due secoli fa sono di grande attualità anche oggi. È un autore sempre interessante: un innovatore, un economista e un filosofo. In questo libro si tocca un tema chiave del nostro tempo: la meritocrazia. Il tema “Del merito e delle ricompense“, come si intitola appunto il testo. La prima riga del libro recita: “Centinaia di volumi parlano dei delitti e delle pene, solamente qualcuno sul meriti sulle ricompense”. Gioia sente di dover colmare questa grande lacuna e rimette al centro il tema del merito. Legato a un altro grande tema: la critica alle rendite, la grande malattia del ventunesimo secolo. L’economista ribadisce l’idea che un sistema che non riconosce i meriti è un sistema che tende a premiare le rendite di posizione a chi non ha meriti, ma ha solo privilegi. Ed è proprio quello che, per l’autore, accadeva in Italia ai suoi tempi.

Il nostro Paese tende a fossilizzarsi sul passato e a premiare privilegi invece di chi sta cambiando.

Quali sono i tre più grandi doni che ci ha lasciato?

Il primo è questa grande attenzione al tema del merito.
Il secondo è la critica alle rendite, in linea con i grandi pensatori come Antonio Genovesi. È anche finito in carcere per le sue critiche ai diritti d’autore. Lui non capiva certi privilegi e lottava contro ogni forma di rendita, che considerava la grande malattia del capitalismo.
Il terzo, che apprezzo molto, è la sua battaglia contro il gioco d’azzardo. Era molto duro contro i Paesi che pensano di fare cassa lucrando sui vizi delle persone, sulle debolezze. Basta pensare che oggi in Italia ogni anno buttiamo in gioco d’azzardo 110 miliardi di euro: metà Recovery Fund. Ci attacchiamo all’idea di essere salvati dall’esterno (dall’Europa per esempio), quando ogni anno buttiamo via somme ingentissime tra macchinette e gratta e vinci.

Questa era un po’ l’idea di Melchiorre Gioia: che l’Italia fosse un Paese completamente immaturo civilmente, che andava dietro agli incentivi sbagliati. E che la grande malattia dell’Italia fosse l’illusione, illudersi di cose sempre nuove. Che mi sembra un messaggio molto attuale.

Finanza responsabile bene comune economia civile
Ti potrebbe anche interessare