La Blue Economy è un modello di sviluppo economico basato su durabilità, rinnovabilità e riutilizzo, che punta a rivoluzionare le nostre attività produttive e ad azzerare le emissioni inquinanti. Un modello che, dati alla mano, non è più una promessa: in Italia vale ormai oltre l’11% del PIL.

Oceani, laghi, mari e fiumi rappresentano un patrimonio straordinario per l’intera umanità. Purtroppo, però, rischiano di trasformarsi in una grande discarica a cielo aperto: bottiglie, buste e imballaggi hanno formato vere e proprie “isole di plastica” che soffocano la vita negli ambienti acquatici. Secondo l’UNEP, ogni anno finiscono in mare circa 11 milioni di tonnellate di plastica, con impatti gravissimi sulla biodiversità marina.
È giunto il momento di modificare i nostri modelli comportamentali: il contrasto all’inquinamento ambientale e il superamento degli schemi economici tradizionali sono le uniche vie per mitigare il rischio. La risposta è un modello di business innovativo, basato sul recupero e sulla reimmissione di materie prime e scarti nel circuito produttivo: la Blue Economy.
Che cos’è la Blue economy?
Fu l’economista belga Gunter Pauli a parlare per primo di economia blu, partendo da un concetto ispirato alla biomimesi: lo studio del funzionamento della natura, dove nulla è sprecato e tutto viene riutilizzato in un processo che trasforma i rifiuti in materie prime. Come? Trovando nuove tecniche di produzione e migliorando quelle esistenti.
Un esempio: quando beviamo una tazza di caffè ingeriamo solo lo 0,2% della biomassa raccolta dall’agricoltore. Il restante 99,8% viene gettato via, ma non è materiale di scarto: in tutto il mondo esistono realtà che utilizzano questi residui, ad esempio per coltivare altri alimenti. Questo è il cuore della Blue Economy: fare di più con quello che abbiamo.
La Blue Economy è un modello di business sostenibile, capace di generare un impatto positivo e di lungo termine sulla salute degli oceani. Comprende tutte le attività economiche legate a mare, coste e fondali – dalla pesca al trasporto marittimo – e punta a rivoluzionarle. Negli ultimi anni si sono inoltre affermati settori emergenti come l’energia dal moto ondoso, l’eolico offshore, l’idrogeno verde da fonti marine, le biotecnologie blu, la desalinizzazione e la coltivazione di alghe a fini alimentari e industriali (fonte: EU Blue Economy Report 2025, Commissione europea).
Il mare: da “risorsa” a “valore”
La Blue Economy propone nuove soluzioni per le attività legate agli oceani: pesca, acquacoltura, industria della trasformazione alimentare, cantieristica, servizi per la nautica da diporto, turismo costiero e attività estrattive. A queste si aggiungono i servizi ecosistemici marini – come la regolazione climatica e la protezione delle coste – il cui valore economico in Europa è stimato in migliaia di miliardi di euro l’anno (Agenzia europea dell’ambiente).
I numeri più recenti della Commissione europea confermano la portata del fenomeno. Secondo l’EU Blue Economy Report 2025, l’economia blu dell’Unione ha generato nel 2022 un fatturato di quasi 890 miliardi di euro (+29% sul 2021) e un valore aggiunto lordo di 250,7 miliardi, occupando direttamente 4,82 milioni di persone. Le stime per il 2023 indicano un’ulteriore crescita: 263 miliardi di euro di valore aggiunto e 4,88 milioni di occupati. Il rapporto certifica inoltre il pieno recupero del settore dopo la pandemia, con obiettivi che restano ambiziosi:
- potenziare l’occupazione ad alto valore legata al mondo marino e marittimo;
- ridurre le emissioni di carbonio del trasporto marittimo e delle attività costiere;
- rivitalizzare i settori tradizionali e far crescere quelli emergenti (energia oceanica, biotecnologie marine);
- assicurare che gli ecosistemi marini rimangano sani e salvaguardati, con il traguardo europeo di ripristinare il 30% degli habitat marini entro il 2030.

L’economia blu come evoluzione della green economy
A differenza della green economy, la Blue Economy non chiede alle aziende di investire di più per salvare il pianeta. La green economy prevede una riduzione dei materiali inquinanti a fronte di un maggiore impiego di risorse; l’economia blu punta invece a produrre zero rifiuti pericolosi e a creare più valore con un minore investimento di capitali, grazie alle innovazioni tecnologiche e alla trasformazione di sostanze prima sprecate in merce redditizia.
L’economia blu è inoltre un motore della transizione energetica. L’eolico offshore è uno dei settori a più rapida crescita dell’intera economia europea: secondo il rapporto UE, nel 2022 il suo valore aggiunto è aumentato del 42% e la capacità installata ha raggiunto 18,9 gigawatt in 11 Paesi, sufficienti ad alimentare oltre 6 milioni di famiglie. La strategia europea per le rinnovabili offshore prevede di portare la capacità a 300 GW entro il 2050, affiancata da soluzioni come il solare galleggiante, la desalinizzazione e l’elettrificazione dei porti.
Le opportunità della Blue Economy: la finanza scopre il mare
Il capitale privato ha iniziato a credere nell’economia blu. Il BlueInvest Investor Report 2026 della Commissione europea (“The Next Wave of Blue Growth”, marzo 2026) mappa 159 fondi privati attivi nella blue economy europea: circa 3 miliardi di euro provengono da fondi interamente dedicati al settore, mentre altri 11 miliardi arrivano da investitori con esposizione parziale. Il venture capital guida il movimento, con crescente interesse anche da private equity e investitori corporate, soprattutto su infrastrutture, energia e decarbonizzazione.
La regolamentazione si sta rivelando il vero catalizzatore. Nella survey condotta tra i gestori, il settore più attraente dal punto di vista finanziario è oggi quello di shipping, cantieristica e porti (46% delle preferenze), balzato dal quarto al primo posto rispetto all’edizione
2023: l’ingresso del trasporto marittimo nel sistema europeo di scambio delle emissioni (EU ETS) dal 2024 e l’obiettivo net zero al 2050 fissato dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale) stanno creando una domanda strutturale di combustibili alternativi e tecnologie per l’efficienza energetica. Seguono le rinnovabili blu (41%), la gestione idrica (38%), le biotecnologie marine (36%) e l’acquacoltura (33%).
Il potenziale resta però in gran parte inespresso. I fondi interamente dedicati al settore sono pochi – si contano appena sette fondi europei di private equity con una focalizzazione esclusiva sull’economia blu – e presentano dimensioni contenute, mediamente di circa 93 milioni di euro per i fondi di venture capital. Questa limitata disponibilità di capitale può rappresentare un ostacolo soprattutto nelle fasi di crescita delle imprese, con il rischio che molte scale-up siano costrette a rivolgersi a investitori extraeuropei. Non sorprende, quindi, che l’SDG 14 (“Vita sott’acqua”) resti l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile più sottofinanziato: su circa 3.000 fondi a impatto censiti dalla società di ricerca e consulenza Phenix Capital, meno di 200 vi destinano una quota dei propri investimenti. È qui che la finanza sostenibile e responsabile può fare la differenza, indirizzando capitali verso porti a emissioni zero, navi elettriche, cantieri navali circolari e tecnologie di monitoraggio degli oceani.
C’è infine un dato che interpella direttamente il nostro Paese: alla domanda su quali mercati siano più attraenti per investire nella blue economy, gli investitori indicano Francia e Paesi Bassi (49% ciascuno), mentre l’Italia è citata solo dal 3%, nonostante sia tra le prime economie del mare d’Europa per dimensioni reali. Il divario, secondo il rapporto, riflette la forza degli ecosistemi di innovazione e il ruolo del capitale pubblico come investitore-àncora nei Paesi leader: un gap di percezione e di infrastruttura finanziaria, più che di sostanza economica – e quindi anche un’opportunità.
Un mare di risorse per l’Italia
L’Italia, con i suoi oltre 8.000 km di coste, è tra le maggiori economie blu d’Europa. Il XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026 (OsserMare e Centro Studi Tagliacarne–Unioncamere, presentato a luglio 2026 al Blue Forum) fotografa un settore da record: 253.599 imprese, oltre 1,13 milioni di occupati e valore complessivo attivato dalla filiera che raggiunge 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL. In sostanza, ogni euro prodotto direttamente dall’economia del mare ne attiva altri 1,8 nel resto del sistema produttivo. Tra i comparti più dinamici spiccano le attività sportive e ricreative e una cantieristica di alta gamma in cui l’Italia è leader mondiale. Il rapporto segnala inoltre che le imprese blu incontrano meno difficoltà della media nazionale nel reperire competenze STEM e digitali: un segnale della capacità del settore di attrarre giovani e professionalità qualificate, soprattutto al Sud.
Ma ci stiamo davvero dirigendo verso uno sviluppo sostenibile delle nostre attività economiche che sia rigenerativo? È questa la sfida centrale della Blue Economy, ed è forse l’unica strada che abbiamo per mettere al sicuro il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno.
Si prega di leggere le Note legali.


