Lavoro dignitoso, AI e transizione giusta: la sfida sociale del mercato globale

Nel mercato del lavoro globale non basta chiedersi quante persone siano disoccupate. La domanda più importante è quante persone restino escluse da un impiego stabile, dignitoso e capace di garantire autonomia economica.

Secondo il rapporto Employment and Social Trends 2026 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2026 saranno 408 milioni – dato in aumento rispetto al 2025 – le persone che vorrebbero lavorare ma non hanno accesso effettivo a un impiego, perché ad esempio vivono in contesti in cui le opportunità sono troppo scarse. Un dato che va oltre la disoccupazione ufficiale, prevista al 4,9%, pari a 186 milioni di persone senza lavoro. Per misurare questa zona grigia, l’ILO – Organizzazione internazionale del lavoro – utilizza il concetto di jobs gap, cioè il divario tra chi lavora e chi vorrebbe lavorare. Nel 2026 il jobs gap rate si attesta al 10,1%, a conferma del fatto che la stabilità del tasso di disoccupazione non coincide necessariamente con un reale ampliamento delle opportunità.

La lettura del mercato del lavoro, quindi, non può fermarsi alla distinzione tra occupati e disoccupati. Deve considerare anche chi resta ai margini, quali condizioni incontra chi riesce a entrare nel mercato e quanto il lavoro disponibile sia davvero in grado di garantire reddito, tutele e prospettive. In questo quadro, il lavoro dignitoso diventa una chiave di analisi essenziale. La disponibilità di posti di lavoro non basta a valutare la qualità dell’inclusione occupazionale.

Perché avere un lavoro non basta per essere fuori dalla povertà

Avere un lavoro non significa automaticamente essere al riparo dalla povertà. È uno dei passaggi più rilevanti del rapporto ILO: nel mondo 284 milioni di persone lavorano e vivono comunque in povertà estrema, con meno di 3 dollari al giorno.
La presenza di lavoratori in povertà estrema mostra che l’occupazione, da sola, non garantisce condizioni economiche adeguate. Per valutare lo stato del mercato del lavoro non basta quindi considerare il numero di persone occupate: occorre analizzare anche la qualità dell’impiego, il livello dei salari, la stabilità contrattuale e l’accesso effettivo a tutele e protezione sociale.
Nel 2025, la quota globale dei lavoratori in povertà estrema era pari al 7,9%. Il dato è migliorato rispetto al passato, ma il ritmo del progresso si è quasi fermato: tra il 2015 e il 2025 il calo è stato di soli 3,1 punti percentuali, mentre nel decennio precedente la riduzione era stata di 15 punti.

Il tema è particolarmente rilevante nei Paesi a basso reddito, dove quasi il 68% dei lavoratori vive in povertà estrema o moderata. Anche il recupero dei salari resta parziale. Nel 2024 i salari reali globali sono cresciuti del 2,7%, ma non abbastanza da compensare pienamente le perdite di potere d’acquisto generate dall’inflazione tra il 2022 e il 2024. Nei Paesi ad alto reddito, inoltre, i salari reali aggregati nel 2024 erano ancora inferiori ai livelli pre-pandemici. Il messaggio è chiaro: la stabilità dell’occupazione non basta se salari e redditi da lavoro non recuperano potere d’acquisto.

Lavoro informale: oltre due miliardi di persone senza tutele adeguate

Dentro questa fragilità c’è un’altra linea di confine, meno visibile, ma decisiva: quella tra lavoro formale e lavoro informale.
Secondo il rapporto Employment and Social Trends 2026, nel 2026 più di un lavoratore su due resta nell’economia informale: 2,1 miliardi di persone, pari al 57,7% dell’occupazione mondiale. Significa che una quota enorme della popolazione occupata continua a restare ai margini dei sistemi di protezione, senza pieno accesso a sicurezza sociale, diritti, stabilità contrattuale, salute e sicurezza sul lavoro.
Per questo, la creazione di nuovi posti non è sufficiente: conta la capacità delle economie di generare occupazione formale, produttiva e dignitosa.

Donne e giovani restano i più esposti

Le disuguaglianze nel lavoro iniziano spesso prima ancora dell’ingresso nel mercato. Il divario riguarda in modo particolare le donne. A livello globale, le donne rappresentano solo due persone occupate su cinque e nel 2025 la partecipazione femminile al lavoro era inferiore di 24,2 punti percentuali rispetto a quella maschile.
È un divario che racconta il peso di ostacoli strutturali, norme sociali, carichi di cura e minori opportunità economiche. Anche il jobs gap conferma questa fragilità: nel 2026, il jobs gap rate femminile è previsto 4,3 punti percentuali sopra quello maschile.

Tra le giovani donne il divario si allarga ulteriormente. La probabilità di essere NEET, cioè fuori da lavoro, istruzione e formazione, è superiore di 14,4 punti percentuali rispetto ai giovani uomini. Il mercato del lavoro globale, quindi, distribuisce le opportunità in modo profondamente diseguale anche in base al genere.
C’è poi una generazione che rischia di restare bloccata sulla soglia. Nel 2025, la disoccupazione giovanile globale ha raggiunto il 12,4%, mentre la quota di giovani NEET è arrivata al 20,0%: 257 milioni di giovani fuori dal lavoro, dalla scuola e dai percorsi di formazione.
È una condizione che pesa sul presente, ma soprattutto sul futuro, perché riduce le possibilità di acquisire competenze, esperienza e autonomia economica.

L’intelligenza artificiale può ampliare le disuguaglianze

Su queste fragilità si innesta ora una nuova trasformazione: l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa.
L’ingresso dell’AI nel mercato del lavoro non è neutro. Arriva in un sistema già segnato da disuguaglianze tra Paesi, imprese, lavoratori, uomini e donne. Per questo l’intelligenza artificiale va considerata come un fattore di trasformazione delle mansioni, delle competenze richieste, dell’organizzazione del lavoro e della distribuzione dei benefici economici.

Lo studio Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure stima che a livello globale, circa un quarto dell’occupazione mondiale è potenzialmente esposto all’AI generativa: 834 milioni di posti di lavoro, pari al 24% del totale.
Esposizione, però, non significa sostituzione automatica. In molti casi, l’AI può integrare il lavoro umano, automatizzare singole attività, aumentare la produttività e modificare l’organizzazione dei processi. Il punto decisivo è come questa trasformazione viene governata.

Tra gli uomini, l’esposizione riguarda il 21% dell’occupazione, pari a 446 milioni di posti. Tra le donne sale al 28%, pari a 388 milioni di posti. Il divario riflette anche la maggiore presenza femminile in mansioni amministrative e impiegatizie, più esposte all’automazione cognitiva.
Dentro questa nuova geografia del lavoro, il rischio è che l’innovazione allarghi le distanze invece di ridurle. Nei Paesi ad alto reddito, l’esposizione all’AI generativa raggiunge il 34% dell’occupazione, perché una quota maggiore di attività è digitale, cognitiva e integrabile con nuovi strumenti tecnologici.

Nei Paesi a basso reddito, l’esposizione si ferma all’11%, ma questo dato non indica necessariamente una protezione. Spesso segnala un limite: minore accesso a infrastrutture digitali, competenze, capitale e connessioni affidabili. Così i Paesi più fragili possono subire gli effetti competitivi dell’AI senza riuscire a trasformarla in produttività, salari migliori e lavoro più qualificato.
Per questo, l’intelligenza artificiale può diventare una leva di inclusione solo se accompagnata da investimenti in formazione, protezione sociale, dialogo tra imprese e lavoratori e politiche capaci di ridurre i divari esistenti.

Transizione giusta, lavoro dignitoso e investimento responsabile

In questo scenario, il lavoro dignitoso diventa una dimensione essenziale della sostenibilità sociale. L’avanzata dell’intelligenza artificiale e la transizione ecologica possono generare nuove opportunità, ma anche accentuare disuguaglianze già esistenti se non tiene conto degli effetti su lavoratori, fornitori, comunità locali e territori.
È qui che si inserisce il concetto di transizione giusta: un percorso che non guarda solo alla riduzione delle emissioni o all’innovazione tecnologica, ma anche agli effetti sociali ed economici del cambiamento.

Per Etica Sgr, il tema della transizione giusta è parte integrante dell’attività di investimento responsabile e di stewardship. Nel 2018 Etica Sgr ha sottoscritto lo . Da allora, l’analisi dell’impatto dei piani di transizione delle aziende su lavoratori, fornitori e comunità locali è diventata un elemento centrale del dialogo con le imprese.
Nell’attività di engagement, Etica Sgr chiede alle aziende di sviluppare strategie di transizione verso modelli di business a minore impatto ambientale, anche riducendo la dipendenza dai combustibili fossili. Allo stesso tempo, promuove l’integrazione degli impatti sociali di questi percorsi: una transizione efficace non può limitarsi alla riduzione delle emissioni, ma deve considerare anche occupazione, competenze, diritti, relazioni industriali e ricadute sui territori.

Se gli effetti sociali negativi non vengono gestiti per tempo, il rischio è che compromettano i benefici ambientali della transizione e mettano a rischio la realizzabilità stessa dei piani aziendali. Anche per questo, i progressi ottenuti nel dialogo con alcune società rappresentano un segnale incoraggiante. Un esempio recente è la ratifica del Patto del buon lavoro tra Hera e le organizzazioni sindacali.
Accompagnare la transizione giusta significa quindi contribuire a rendere i cambiamenti più equi e sostenibili nel tempo. perché il futuro del lavoro non sarà determinato solo dagli algoritmi, dall’automazione o dalla transizione ecologica, ma anche dalle scelte con cui governi, imprese e investitori sapranno accompagnare questi cambiamenti.

Si prega di leggere le Note legali.

Ti potrebbe anche interessare