Per anni il caldo è stato considerato una questione ambientale. Si parlava di temperature record, scioglimento dei ghiacciai, siccità. Oggi quel racconto non basta più. Le ondate di calore stanno cambiando il modo in cui si lavora, si produce energia, si progettano le infrastrutture e si organizzano le città. Sempre più spesso il caldo interrompe attività produttive, mette sotto pressione le reti elettriche, rallenta i trasporti e aumenta i rischi per la salute dei lavoratori. Il cambiamento climatico non è più soltanto una sfida per l’ambiente: è diventato un fattore che incide sulla capacità delle imprese di creare valore e affrontare il futuro.
L’Europa è il luogo dove questa trasformazione appare più evidente. Tra maggio e giugno 2026 due intense ondate di calore hanno fatto registrare temperature superiori ai 40 °C in diversi Paesi, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania al Regno Unito. Non si tratta di episodi isolati. Secondo il Copernicus Climate Change Service, negli ultimi trent’anni il continente europeo si è riscaldato di circa 0,56 °C per decennio, oltre il doppio della media globale, diventando l’area del pianeta che si scalda più rapidamente dopo l’Artico.
Per imprese e investitori questa non è soltanto una notizia climatica. È un cambiamento destinato a modificare il modo in cui vengono gestiti i rischi, organizzato il lavoro e valutata la resilienza delle aziende.

L’Europa è il laboratorio del caldo estremo
Il riscaldamento globale riguarda tutto il pianeta, ma non tutti i territori stanno cambiando con la stessa velocità. L’Europa rappresenta un caso particolare. Le ragioni sono molteplici. Il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas serra resta la causa principale dell’aumento delle temperature. Tuttavia, sul continente europeo si sommano altri fenomeni che amplificano il riscaldamento.
Le modifiche della circolazione atmosferica favoriscono con maggiore frequenza l’arrivo di masse d’aria molto calda dal Nord Africa. La riduzione della copertura nevosa e dei ghiacci espone superfici che assorbono una quota maggiore di energia solare. In questo contesto, persino il miglioramento della qualità dell’aria ha un effetto inatteso: la diminuzione degli aerosol riduce la quantità di particelle che riflettono parte della radiazione solare nello spazio, lasciando che una quota maggiore di calore raggiunga la superficie terrestre. È la combinazione di questi fattori a spiegare perché le ondate di calore stiano diventando più frequenti, più intense e più durature.
L’European Environment Agency, nel rapporto European Climate Risk Assessment, identifica il caldo estremo come uno dei rischi climatici più urgenti per l’Europa. Non solo per gli effetti sulla salute, ma perché sollecita contemporaneamente sistemi energetici, trasporti, approvvigionamento idrico, agricoltura e produttività. In altre parole, il caldo non è più un’emergenza da affrontare nei mesi estivi: è una variabile strutturale con cui imprese e istituzioni dovranno imparare a convivere.
Quando il termometro entra nel bilancio
Per capire quanto il caldo sia diventato un tema economico basta osservare ciò che accade durante una grande ondata di calore. Si innesca una sorta di effetto domino.
Il primo anello riguarda le persone. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che negli ultimi quattro anni il caldo abbia provocato oltre 200 mila decessi in Europa. Le temperature elevate aumentano il rischio di stress termico, peggiorano la qualità del sonno a causa dell’aumento delle cosiddette notti tropicali, quelle in cui la temperatura non scende sotto i 20 °C, e incidono sulle capacità fisiche e cognitive, soprattutto per chi svolge lavori all’aperto o in ambienti particolarmente esposti.
L’International Labour Organization (ILO) considera ormai il caldo estremo uno dei principali rischi emergenti per la salute e la sicurezza sul lavoro. Secondo le stime dell’organizzazione, entro il 2030 lo stress termico potrebbe causare nel mondo una perdita di produttività equivalente a oltre 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, con effetti particolarmente rilevanti nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.
Ma il caldo non mette in difficoltà soltanto chi lavora. Colpisce contemporaneamente l’intero sistema economico. Ed è qui che emerge uno dei paradossi più interessanti: durante le ondate di calore la domanda di elettricità cresce rapidamente perché aumentano i consumi di ventilatori e condizionatori. Proprio nel momento in cui famiglie e imprese hanno più bisogno di energia, però, una parte della produzione rischia di diminuire. Anche l’eolico può risentirne: nelle giornate dominate dai cosiddetti heat dome — le aree di alta pressione che intrappolano il calore — il vento si indebolisce, riducendo la produzione proprio quando servirebbe di più. Il risultato, in Francia, è stato un forte aumento dei prezzi dell’elettricità, che a giugno hanno raggiunto i livelli più elevati dalla crisi energetica del 2022.
Infrastrutture progettate per un clima che non c’è più
Le ondate di calore non riguardano soltanto le reti energetiche. Fanno emergere un’altra fragilità: gran parte delle infrastrutture europee è stata progettata in un’epoca in cui temperature così elevate erano considerate eccezionali. Le conseguenze sono ormai sempre più frequenti. I binari ferroviari possono deformarsi con il calore, l’asfalto delle strade può deteriorarsi più rapidamente e il livello dei fiumi può abbassarsi fino a limitare il trasporto merci. La siccità riduce inoltre la disponibilità d’acqua per l’agricoltura e per la produzione di energia idroelettrica, mentre il terreno, reso più arido dalle alte temperature, fatica ad assorbire precipitazioni intense, aumentando il rischio di alluvioni improvvise.
Secondo la European Environment Agency, gli effetti del caldo estremo si propagano ormai attraverso l’intero sistema economico. Non esiste un settore completamente isolato: energia, logistica, manifattura, edilizia, agricoltura e servizi sanitari sono tutti esposti, seppure in misura diversa, a rischi che fino a pochi anni fa venivano considerati episodici.
Questa nuova realtà impone un cambio di prospettiva. Se in passato il cambiamento climatico era visto soprattutto come una questione di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni, oggi l’adattamento climatico è diventato altrettanto importante. Preparare imprese e territori a convivere con temperature sempre più elevate non significa rinunciare alla transizione ecologica, ma renderla più solida e resiliente. È un tema che anche le istituzioni internazionali stanno evidenziando con crescente forza. L’UNEP, nel suo Adaptation Gap Report, sottolinea come gli investimenti nell’adattamento continuino a essere inferiori rispetto ai bisogni reali, nonostante i costi economici dell’inazione siano destinati a crescere rapidamente.
Dal rischio climatico alla governance
Per un’impresa, adattarsi al caldo non significa semplicemente installare un impianto di climatizzazione in più. Significa chiedersi se l’organizzazione sia davvero preparata a operare in condizioni climatiche profondamente diverse rispetto al passato. Come vengono organizzati i turni di lavoro durante le giornate più calde? Esistono protocolli specifici per chi lavora all’aperto? Gli effetti del caldo sulla salute vengono monitorati? Chi è responsabile di queste decisioni? Le informazioni raccolte entrano nei processi di gestione del rischio? Sono domande che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente all’ambito della sicurezza sul lavoro. Oggi stanno entrando sempre più spesso anche nella governance aziendale.
Il motivo è semplice: un lavoratore esposto a condizioni di calore estremo corre un rischio maggiore per la propria salute, ma aumenta anche la probabilità di errori, incidenti, rallentamenti produttivi e interruzioni operative. Proteggere le persone significa quindi rafforzare anche la capacità dell’impresa di continuare a operare in modo efficiente. È qui che la dimensione sociale del cambiamento climatico incontra quella economica.
Il dialogo con le imprese come leva di cambiamento
Proprio per comprendere quanto le aziende siano preparate ad affrontare questa nuova sfida, Etica Sgr ha partecipato all’engagement collaborativo promosso da GLS Investment Management GmbH, insieme a KLUG – German Alliance on Climate Change and Health e Shareholders for Change, in occasione dell’Heat Action Day, la giornata internazionale promossa dall’International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies per sensibilizzare sui rischi del caldo estremo.
L’iniziativa ha coinvolto 35 aziende europee attive nei settori delle energie rinnovabili, della mobilità e della logistica, della meccanica, dell’elettrotecnica e dell’edilizia sostenibile. 22 imprese hanno risposto a un questionario dedicato alla gestione del rischio caldo.
Il dato forse più interessante non riguarda tanto il livello di consapevolezza quanto la distanza tra consapevolezza e azione. Quasi tutte le aziende coinvolte (95%) dichiarano infatti di considerare il caldo nelle proprie valutazioni dei rischi. Il 76% ha assegnato responsabilità precise all’interno dell’organizzazione e il 71% dispone già di piani o strategie dedicate. Quando però si passa dalla pianificazione alla misurazione, emerge un divario significativo: solo il 43% monitora in modo sistematico gli effetti delle alte temperature sulla salute dei lavoratori. È una differenza che racconta bene la fase di transizione in cui ci troviamo. Il rischio climatico è ormai riconosciuto, ma trasformarlo in procedure, indicatori e strumenti di gestione resta una sfida aperta.
Per questo il dialogo tra investitori e imprese assume un ruolo sempre più importante. L’engagement non serve soltanto a verificare il rispetto di determinati standard, ma a condividere buone pratiche, favorire una maggiore trasparenza e stimolare un miglioramento continuo nella gestione dei rischi.
Per gli investitori responsabili, osservare come un’azienda affronta queste sfide significa valutare un aspetto ormai centrale della sua qualità gestionale. Perché la resilienza non si costruisce soltanto riducendo le emissioni, ma anche preparando persone e organizzazioni a convivere con un clima che sta cambiando. In fondo, è questa la trasformazione più profonda. Per decenni il caldo è stato considerato una variabile del meteo. Oggi è diventato una variabile della governance. E la capacità delle imprese di affrontarlo potrà fare la differenza non solo per la salute dei lavoratori, ma anche per la loro competitività e sostenibilità nel lungo periodo.
L’approccio di Etica Sgr: investire nella transizione, a partire dalla selezione
Il dialogo con le imprese sul rischio climatico si inserisce nel percorso che Etica Sgr, pioniera della finanza etica e dal 2000 unica società di gestione del risparmio italiana a proporre esclusivamente soluzioni di investimento responsabili, porta avanti da oltre venticinque anni.
Attraverso i suoi fondi comuni, Etica Sgr investe unicamente in settori e realtà che rispettano criteri rigorosi in materia di tutela dell’ambiente, diritti umani e buon governo aziendale, affiancando alla selezione dei titoli un’attività strutturata di stewardship: il dialogo con le aziende in portafoglio, l’esercizio del diritto di voto nelle assemblee e le iniziative di engagement collaborativo, come quella dedicata al caldo estremo.
Un esempio concreto di come i temi della transizione e dell’adattamento climatico entrino nella costruzione dei portafogli è il fondo Etica Transizione Climatica, fondo bilanciato pensato per chi desidera investire responsabilmente con una particolare attenzione alla transizione verso un’economia a basso impatto di carbonio. La selezione del fondo orienta gli investimenti verso le aziende che dimostrano di contribuire attivamente alla transizione climatica, analizzando il trend delle emissioni climalteranti, gli investimenti destinati allo sviluppo di progetti nelle energie rinnovabili rispetto a quelli indirizzati ai combustibili fossili e la percentuale di energia da fonti rinnovabili. Allo stesso tempo, la selezione negativa esclude gli investimenti nei settori petrolifero ed estrattivo e nelle società coinvolte in episodi negativi nell’ambito della corruzione, del rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori – proprio quelle dimensioni sociali e di governo aziendale che il caldo estremo sta rendendo sempre più centrali.
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