Nel 1930 l’Italia consumava 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio in un anno. Nel 2025 ne consuma 140 milioni: oltre nove volte tanto. La popolazione, nello stesso periodo, è cresciuta di circa una volta e mezzo. Questo significa che oggi ciascun italiano utilizza in media circa sei volte l’energia di un italiano di un secolo fa.
È uno dei dati raccolti dall’Istat nelle Storie di dati su ambiente ed energia, pubblicate in occasione dei cento anni dell’Istituto. La serie storica restituisce l’immagine di un Paese profondamente trasformato: nel modo di produrre, di abitare, di consumare energia e di gestire ciò che scarta.
Questa trasformazione ha accompagnato la crescita economica e sociale dell’Italia. Ma ha anche lasciato tracce evidenti sull’ambiente, a partire dal suolo.
Consumo di suolo in Italia: 100 anni di urbanizzazione nei dati
In cento anni la superficie agricola italiana si è quasi dimezzata: dal 70% del territorio nel 1925 a poco meno del 40% nel 2025. Nello stesso periodo i boschi sono aumentati, passando dal 20% al 33,6% della superficie nazionale.
Il cambiamento più evidente riguarda però l’urbanizzazione. Nel 1931 più di un quarto della popolazione viveva fuori dai centri abitati; oggi oltre 9 residenti su 10 vivono al loro interno. Case, strade, infrastrutture e superfici artificiali hanno progressivamente occupato una quota crescente del territorio.
Il fenomeno continua. Secondo il rapporto 2025 di SNPA e ISPRA, nel solo 2024 sono stati trasformati in superfici artificiali 83,7 km² di suolo, al ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo: l’equivalente di un campo da calcio ogni 45 minuti. Cemento e asfalto coprono ormai il 7,17% del Paese, contro una media europea del 4,4%.
Il consumo di suolo non è solo una questione paesaggistica. Un terreno impermeabilizzato assorbe meno acqua, trattiene più calore e riduce la capacità naturale del territorio di rispondere agli eventi estremi. Per questo il cemento incide anche sul clima delle città e amplifica gli effetti di un’atmosfera che si sta già riscaldando.
Riscaldamento del Mediterraneo: temperature record, ondate di calore marine e notti tropicali in aumento
I segnali del riscaldamento sono evidenti anche nel mare. Tra il 1940 e il 2025 la temperatura media del Tirreno e dell’Adriatico è aumentata di oltre 1°C, a una velocità doppia rispetto alla media globale. Sulla terraferma la tendenza è altrettanto chiara. Nel 2024 le temperature in Italia sono state superiori di 1,3°C alla media 1991-2020, contro +0,7°C a livello mondiale. Nelle città l’aumento può essere ancora più marcato per effetto delle isole di calore urbane, cioè dell’accumulo di caldo trattenuto da asfalto ed edifici. A Roma, dall’inizio degli anni Ottanta, la temperatura è salita di circa 3°C.
Uno degli effetti più concreti è l’aumento delle notti tropicali, quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C. Nei capoluoghi di regione sono passate da 38 a 49 l’anno, confrontando la media del periodo 1981-2010 con quella del 2006-2023.
Anche i dati più recenti confermano questa traiettoria. Secondo Copernicus Marine, nel 2025 il Mediterraneo ha registrato il mese di giugno più caldo di sempre. Le ondate di calore marine, cioè periodi prolungati in cui la temperatura dell’acqua resta ben oltre la media, hanno interessato il 62% della superficie del bacino: l’estensione più ampia mai osservata.
Le conseguenze riguardano pesca, ecosistemi e disponibilità d’acqua. Anche i fiumi mostrano segnali coerenti con questa tendenza. L’analisi Istat di un secolo di portate fluviali indica deflussi in contrazione per Tevere e Arno e magre estive sempre più severe nella pianura padana, culminate nella crisi del 2022.
Mare, fiumi e città raccontano quindi aspetti diversi dello stesso cambiamento. Per comprenderne le cause e le possibili risposte, è necessario guardare anche all’energia.
Transizione energetica in Italia: emissioni, rinnovabili e consumi dal 1990 a oggi
Le emissioni di gas serra in Italia hanno raggiunto il picco nel 2005. Nel 2024 risultano quasi il 30% sotto il livello del 1990. Nello stesso periodo è cambiato anche il mix energetico, cioè l’insieme delle fonti utilizzate dal Paese.
Dopo l’era del carbone e della legna, poi quella del petrolio e del gas, le fonti rinnovabili hanno guadagnato un ruolo crescente. Tra il 2005 e il 2024 la loro quota nel consumo interno lordo di energia è salita dal 7% al 21%. Nella produzione elettrica le fonti pulite coprono ormai quasi la metà del totale, con l’obiettivo di arrivare a due terzi entro il 2030.
Anche i consumi complessivi sono diminuiti rispetto al picco del 2005, quando avevano raggiunto 192 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. I dati mostrano inoltre che, tra le grandi economie europee, l’Italia è quella che utilizza meno energia per abitante.
Il quadro più recente arriva dai dati sul 2025 di Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica, mentre il fotovoltaico ha raggiunto il record storico di oltre 44 TWh, in crescita del 25,1% rispetto al 2024.
I numeri indicano quindi una transizione già in corso: le emissioni sono in calo rispetto ai livelli del 1990, le rinnovabili pesano di più nei consumi e le fonti pulite sono sempre più rilevanti nella produzione elettrica.
Ma la transizione non riguarda soltanto l’energia. Riguarda anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse e gestiti i materiali a fine vita.
Gestione dei rifiuti in Italia: dall’83% in discarica al 55% di riciclo e compostaggio
Nel 2024 ogni italiano ha prodotto 508 kg di rifiuti urbani, quasi un chilo e mezzo al giorno, un valore in linea con la media Ue. Il dato più significativo, però, riguarda la loro destinazione.
Tra il 1996 e il 2024 la quota di rifiuti urbani finita in discarica è scesa dall’83% al 15%. Nello stesso periodo riciclo e compostaggio sono saliti dal 6% al 55%.
Questo significa che oggi più di un rifiuto urbano su due non viene semplicemente smaltito, ma recuperato e reimmesso nel ciclo come materia utile. È un passaggio importante verso l’economia circolare, un modello in cui i materiali restano in uso più a lungo e si riduce il bisogno di consumare nuove risorse.
Accanto alla transizione energetica, quindi, emerge anche una transizione nella gestione della materia: meno rifiuti in discarica, più recupero, maggiore attenzione al ciclo di vita delle risorse.

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