L’aumento delle temperature non è più un fenomeno isolato o occasionale, ma una realtà consolidata, con effetti sempre più evidenti non solo sull’ambiente, ma anche sull’economia reale e sul benessere delle persone.
Secondo il Copernicus Climate Change Service, il programma di monitoraggio climatico dell’Unione Europea basato su dati satellitari e osservazioni scientifiche, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media globale di 14,97°C, pari a +1,47°C rispetto all’era pre-industriale. Per la prima volta da quando esistono misurazioni affidabili, la temperatura media del triennio 2023-2025 ha superato la soglia di +1,5°C, a lungo considerata la linea di sicurezza da non oltrepassare.
Dal 2015 al 2025, tutti gli ultimi undici anni rientrano tra i più caldi mai osservati dal 1850. È questa continuità a destare maggiore preoccupazione: il caldo non è più un’eccezione, ma la nuova normalità. Le proiezioni indicano inoltre che il superamento stabile degli 1,5°C potrebbe diventare strutturale già entro la fine di questo decennio, con circa dieci anni di anticipo rispetto alle stime precedenti.

L’aumento della temperatura nelle diverse aree del pianeta
Il riscaldamento globale non colpisce tutte le aree allo stesso modo. Nel 2025, alcune regioni hanno registrato aumenti di temperatura ben superiori alla media globale:
- Europa: fino a +1,4°C rispetto alle medie recenti
- Antartide: +1,37°C, l’anno più caldo mai registrato
- Regioni polari: oltre +1°C
- Nord America: +0,99°C
- Asia: +0,92°C
- Africa: +0,60°C
- Australasia: +0,48°C
- America centrale e meridionale: +0,33°C
Queste differenze sono rilevanti per i loro effetti su agricoltura, infrastrutture, sistemi energetici e filiere produttive regionali.

Dal clima ai costi quotidiani: un impatto visibile
Il cambiamento climatico entra nella vita quotidiana in modo silenzioso, ma concreto. Non sempre ce ne accorgiamo, ma lo paghiamo: in bolletta, nei premi assicurativi, nella produttività del lavoro.
Le temperature elevate riducono le ore lavorabili all’aperto e nei capannoni non climatizzati, abbassano la produttività nei cantieri, nei campi agricoli e nella logistica. Eventi meteo sempre più frequenti compromettono i raccolti, danneggiano le infrastrutture, rallentano il trasporto ferroviario e mettono sotto stress reti stradali e ponti.
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, tra il 1980 e il 2023 gli eventi climatici estremi hanno causato perdite economiche per 738 miliardi di euro nell’Unione europea. Di questi, 162 miliardi si concentrano nel solo periodo 2021-2023. Nel quadriennio 2020-2023, le perdite annue medie sono state 2,5 volte superiori rispetto al decennio precedente.
Per famiglie e imprese, questo si traduce in:
- bollette più elevate per climatizzare case e uffici;
- premi assicurativi più alti, o difficoltà di accesso alle polizze nelle aree più a rischio;
- interruzioni e costi imprevisti lungo le filiere produttive.
I rischi finanziari su scala globale
La stabilità climatica è un presupposto fondamentale per il funzionamento dell’economia.
Secondo il World Economic Forum, oltre 44.000 miliardi di dollari di valore economico globale — più del 50% del PIL mondiale — dipendono direttamente dai servizi ecosistemici, come acqua, suolo fertile, impollinazione e stabilità climatica. Nell’Unione europea, il 72% delle imprese dipende da almeno un servizio naturale.
Di conseguenza:
- un’estate eccezionalmente calda può far aumentare i prezzi alimentari;
- una siccità prolungata può ridurre la produzione industriale;
- un’alluvione può interrompere intere filiere produttive.
Sono shock che si riflettono su inflazione, commercio e crescita economica.
Il cambiamento climatico come rischio di insolvenza
Per anni, i modelli economici più diffusi hanno restituito un quadro rassicurante. Secondo queste stime, un aumento di 3°C avrebbe comportato danni pari a circa il 2,1% del PIL globale, mentre +6°C avrebbe prodotto perdite intorno al 7,9%. Numeri che hanno contribuito a rallentare l’adozione di politiche più incisive.
Questi modelli, però, sottostimavano i costi reali del cambiamento climatico, escludendo fattori come l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione degli oceani, il degrado degli ecosistemi, gli impatti sulla salute e le migrazioni forzate. È un errore di prospettiva simile a quello che, prima della crisi finanziaria del 2008, aveva portato a ignorare rischi sistemici rilevanti.
Oggi analisi più recenti considerano plausibile uno scenario di shock combinato climatico e naturale capace di ridurre il PIL globale di oltre il 15–20% in soli cinque anni. Il tema non è più solo il “costo ambientale”, ma il rischio concreto di instabilità economica e finanziaria.
Il clima come investimento: il ruolo della finanza etica
In questo contesto, il cambiamento climatico entra a pieno titolo nelle valutazioni economiche e finanziarie, non come fattore accessorio, ma come elemento che incide sulla solidità delle imprese e sulla stabilità dei mercati nel tempo. Integrare i rischi ambientali, sociali e di governance nelle decisioni di investimento diventa quindi una componente essenziale di una gestione responsabile del capitale.
La finanza etica si muove in questa prospettiva, adottando un approccio che combina l’analisi dei rischi con criteri di selezione rigorosi. I fondi comuni di investimento di Etica Sgr escludono gli emittenti coinvolti in pratiche dannose e privilegiano realtà che dimostrano una maggiore capacità di affrontare le sfide legate al clima, alle condizioni di lavoro e all’impatto sociale, nella convinzione che una gestione più attenta di questi fattori contribuisca a rafforzare la sostenibilità economica nel lungo periodo.
Considerare il clima come una variabile di investimento significa orientare il capitale verso modelli produttivi più resilienti e compatibili con i limiti ambientali e sociali. Una scelta che non risponde solo a obiettivi di coerenza valoriale, ma alla necessità concreta di tutelare nel tempo il valore degli investimenti.
Si prega di leggere le Note legali.


