Crisi climatica e parità di genere: perché la finanza internazionale è ancora indietro

Ci sono conseguenze della crisi climatica che le statistiche economiche non registrano: i chilometri percorsi per raggiungere un pozzo quando la siccità ne prosciuga altri, i raccolti dimezzati da un’ondata di calore, le ore di cura che si moltiplicano quando un’alluvione mette fuori uso ospedali e scuole. Questi costi ricadono in misura sproporzionata su donne e ragazze, ma restano quasi invisibili nella finanza per il clima: secondo un’analisi dell’ODI meno del 3% degli aiuti internazionali destinati al clima ha la parità di genere come obiettivo principale. È un divario su cui UN Women ha scelto di concentrarsi, dedicando un’intera edizione del suo storico rapporto “Progress of the World’s Women” all’intreccio fra genere e crisi climatica.

L’impatto quotidiano della crisi climatica sulle donne

Il Sesto Rapporto di valutazione dell’IPCC, il panel scientifico dell’Onu sul clima, indica l’insicurezza idrica come uno dei primi segnali tangibili dell’impatto del riscaldamento globale su un territorio. Dove l’acqua scarseggia, sono soprattutto donne e ragazze a raccoglierla e trasportarla, sottraendo tempo allo studio, al lavoro retribuito e al riposo. Accade lo stesso con il lavoro di cura, che si moltiplica quando ondate di calore, alluvioni o siccità mettono in crisi salute, raccolti e servizi essenziali: sono impatti che raramente entrano nei bilanci pubblici, ma che ridisegnano la vita quotidiana di milioni di persone, spesso escluse anche dalle decisioni su come gestire l’acqua o pianificare l’adattamento.

Parlare di “donne” come categoria unica sarebbe però fuorviante. Il livello di esposizione al rischio climatico dipende da reddito, età, territorio, istruzione e accesso alle informazioni: le allerte su alluvioni e ondate di calore viaggiano soprattutto su canali istituzionali e digitali, e chi ha meno dimestichezza con questi strumenti — condizione che riguarda più spesso le donne in molti contesti — rischia di riceverle in ritardo, con meno tempo per mettersi al riparo.

Il divario tra le politiche climatiche e i fatti

È qui che il divario tra riconoscimento e risorse comincia a vedersi chiaramente. Qualcosa, sul piano delle politiche, si è mosso: l‘IISD, l’Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile, rileva che il 97% dei Piani nazionali di adattamento (i documenti con cui i governi programmano la difesa dal clima, noti come NAP) integra ormai considerazioni di genere. Il dato, però, va letto con cautela: le donne compaiono nel linguaggio delle politiche climatiche molto più di quanto pesino nei fatti, tanto che solo circa la metà dei piani le riconosce come agenti di cambiamento, e non solo come gruppo da proteggere.

Un divario simile emerge nella transizione ecologica, raccontata per anni come sinonimo automatico di progresso condiviso. L’ultimo report dell’IRENA mostra che le donne rappresentano il 32% della forza lavoro nel settore delle rinnovabili — più che nei combustibili fossili, ma lontano dalla parità. Il divario cresce salendo nella gerarchia aziendale: 45% dei ruoli amministrativi contro appena il 19% delle posizioni di vertice. Nel frattempo, la chiusura di attività tradizionali può cancellare fonti di reddito tipicamente femminili senza offrire percorsi di riconversione. Essere citate nei documenti, insomma, non equivale a essere coinvolte nelle scelte, né a beneficiare in modo equo dei cambiamenti in corso.

Le donne come protagoniste dell’adattamento climatico

La fotografia, però, non è fatta solo di fragilità, c’è anche un potenziale che resta in gran parte inutilizzato. In molte parti del mondo le donne gestiscono l’acqua, custodiscono le sementi, presidiano l’agricoltura di piccola scala e la cura degli ecosistemi: un ruolo che va oltre il valore simbolico, perché l’IPCC documenta che valorizzare queste conoscenze migliora concretamente l’efficacia delle politiche di adattamento, mentre ignorarle produce risultati peggiori.

Se le donne possono accelerare l’adattamento climatico, ci si aspetterebbe che la finanza le segua. Accade il contrario: secondo Development Initiatives, solo lo 0,1% degli aiuti bilaterali allo sviluppo finanzia progetti che uniscono adattamento climatico e parità di genere. È la distanza tra il potenziale delle donne come agenti di cambiamento e le risorse effettivamente investite su di loro a definire, oggi, la sfida più urgente per una transizione climatica realmente giusta.

L’impegno di Etica Sgr

Colmare questo divario tra riconoscimento e risorse richiede anche strumenti finanziari che traducano il principio in pratica di selezione e allocazione del capitale. Le soluzioni di investimento di Etica Sgr nascono da un’analisi che integra i criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) con quella finanziaria. Attraverso la metodologia proprietaria ESG EticApproach®, la selezione dei titoli in cui investono i fondi di Etica Sgr considera anche il rispetto dei diritti umani e la parità di genere — dimensioni che, come mostra l’intreccio tra clima e disuguaglianze, non sono separabili dalla sostenibilità ambientale. A questa selezione si affianca un impegno costante di dialogo con le imprese, la Stewardship, per accompagnarle verso modelli di business che integrino la gestione del capitale umano e ambientale come leva di competitività, non come costo accessorio: dal voto in assemblea alle richieste dirette su temi come la parità salariale e la tutela dei diritti lungo la catena di fornitura, fino al monitoraggio dei risultati ottenuti nel tempo.

Si prega di leggere le Note legali.

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